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Progettiamo insieme, di Donatella Musella, insegnante di suola primaria
Proporre attività didattiche ed educative di tipo collaborativo, non ultime quelle legate a esperienze nell’extrascuola, permette ai docenti, meglio di altre, di divenire osservatori e documentatori dello sviluppo delle abilità di cooperazione negli alunni, consentendo loro di rilevare il raggiungimento di competenze trasversali.
 
Insegnare a porte aperte, Enrica Ena, insegnante scuola primaria
Una risposta subito: a chi mi chiede quali siano nella nostra classe gli strumenti “forti” di documentazione, non ho dubbi sulla risposta da dare: il blog e “Aula aperta”. Questo non significa che non ce ne siano altri, più formali, primo fra tutti il registro elettronico. Ma questi sono un’altra cosa, non arrivano allo stesso modo, non hanno gli stessi effetti nella costruzione dell’alleanza educativa. Invece la nostra documentazione cerca proprio questo. Ed è la ragione per cui si riferisce prima di tutto alle famiglie.
 
Scuola in ospedale e relazione educativa, di Elisa Nini, Università degli studi di Perugia
Goretti dipinge metaforicamente un ritratto degli insegnanti di scuola in ospedale, descrivendoli come “quella bussola che rassicura, che permette al viandante di non perdersi nel buio del dolore e delle angosce e che garantisce di proseguire speditamente fino alla meta”. Altri parlano di un “contatto” che si instaura tra gli insegnanti e ogni bambino, denotandolo come intimo, profondo, unico, che si costruisce a partire da un incontro che necessita di “strumenti qualitativi” quali dialogo e osservazione per entrare in sintonia con il bambino e iniziare un iter di valutazione olistico, non solamente degli aspetti cognitivi.
 
La scuola in ospedale, Claudia Canesi, insegnante di scuola in ospedale
Scendiamo dalla cattedra, per un momento. Proviamo a immedesimarci nella vita di uno studente “normale”, di un nostro studente. Osserviamo la sua quotidianità: è come un flusso, un percorso continuo di crescita, in vitale bilico tra famiglia, scuola di appartenenza, amici e attività extrascolastiche. Ora immaginiamo che questo flusso venga improvvisamente interrotto da un ricovero, magari prolungato. Come ricostruire una normalità quotidiana, pur tra le molteplici difficoltà dovute alle terapie e alla malattia? Come trovare di nuovo un luogo che ci includa, che ci faccia sentire ancora normali?
 
Ascolta, Gnomo Martino!, di Annalisa Belli, insegnante di scuola primaria
Come afferma Zenone di Cizio, filosofo della Grecia Antica, «abbiamo due orecchie e una sola bocca perché dobbiamo ascoltare di più e parlare di meno». Questa citazione esprime in modo ottimale l’importanza dell’ascolto, quale abilità sociale necessaria non solo in ambito scolastico, ma anche e soprattutto nella vita interpersonale. Allo stesso modo, oggi, a distanza di secoli, gli autori che si occupano di psicologia, didattica e scienze sociali, ribadiscono il ruolo prioritario di questa competenza, che si differenza dal più elementare atto dell’udire, quale percezione sensoriale di un suono: ascoltare è una condotta ben più complessa. Sviluppare l’abilità di ascolto, così come di altre competenze sociali, è un obiettivo perseguibile già nella scuola dell’infanzia e nei primi anni di scuola primaria.
 
Alleanza educativa, di Antonio Fini, Dirigente scolastico – La Spezia
Alleanza educativa: esiste davvero un simile costrutto? Perché le famiglie mandano i figli a scuola? Quanto è estesa la fiducia delle famiglie nei confronti della “seconda agenzia educativa”, dopo la famiglia stessa? Cosa si aspettano davvero le famiglie dalla scuola? Come la percepiscono? E all’opposto, cosa pensano gli insegnanti e come si comportano nei confronti dei genitori dei propri alunni?
 
Educazione alla cittadinanza, di Elisabetta Mughini, dirigente di ricerca Indire
Il concetto di cittadinanza è senza dubbio molto problematico e multi direzionale. Per collocarlo fuori dalle molte interpretazioni o ancor meglio dai molteplici modi nei quali si è inteso insegnarlo e agirlo all’interno della scuola – tra educazione civica, educazione all’intercultura, educazione alla pace, educazione ambientale, educazione alla legalità, e/o molte altre denominazioni – può risultare utile risalire all’interpretazione che la parola assume in inglese secondo 2 significati: civicness e citizenship. Intendendo la prima (civicness) come cultura e educazione civica; e la seconda come identità e appartenenza civica. In altre parole con il primo significato si tende all’acquisizione di competenze e saperi sulle regole, basandosi su conoscenze razionali (civicness) mentre nella seconda ipotesi si costruiscono competenze e consapevolezze basate su saperi “caldi” – valori e relazioni – che insistono sul senso di appartenenza e di responsabilità verso la comunità (citizenship) (Guerra 2009).
 
La comunicazione efficace, di Sara Samolo, insegnante di scuola primaria
Nell’ottica di vivere la scuola come “comunità”, intesa come un sistema complesso di soggetti che interagiscono fra loro allo scopo di favorire il successo scolastico e il benessere degli studenti, non possiamo tralasciare uno degli attori fondamentali: la famiglia. Per questo, il rapporto che la scuola decide di intrattenere con i genitori degli alunni, va pensato, progettato e fortemente “voluto”; nulla può essere lasciato al caso o all’improvvisazione. Pensando all’etica “agita” nella mia professione ritrovo molte delle parole che diventano “chiave” nel rapporto con i genitori: trasparenza, patto educativo, lealtà, rispetto dell’altro, ascolto, partecipazione. In questo articolo cerco di mettere a fuoco le caratteristiche del colloquio didattico, riportando la mia esperienza come insegnante ma anche come funzione strumentale d’istituto per l’inclusione.
 
La cura del colloquio, di Daniela Giunciuglio e Donatella Baisi, insegnanti di suola primaria
La riflessione sulle modalità di relazione con la famiglia può favorire la condivisione degli obiettivi comuni e permettere di affrontare in modo costruttivo le eventuali difficoltà. Le strategie di comunicazione devono essere condivise da tutto il team docente, avviate già a partire dalla scuola dell’infanzia e fondate su criteri di accoglienza continua, reciprocità e frequenza. È quando il bambino manifesta difficoltà che il tempo e l’attenzione, dedicati alla costruzione di una relazione di fiducia tra scuola e famiglia, contribuiscono al buon esito della comunicazione. Esistono buone prassi per comunicare alla famiglia le difficoltà riscontrate nel figlio? In questo articolo proveremo a identificarne alcune e a indicare quelle che, nella nostra esperienza professionale, si sono dimostrate più efficaci.
 
Certificare le competenze, di Mariolina Goduto, Dirigente scolastico
La certificazione delle competenze, che accompagna le operazioni di valutazione degli apprendimenti e del comportamento degli studenti, introdotta dal Regolamento della Valutazione D.P.R. n. 122/2009, trova una definiva formalizzazione con la C.M. n. 3/2015 e con le “Linee guida per la certificazione delle competenze nel primo ciclo di istruzione”, che promuovono l’adozione sperimentale dei nuovi modelli nazionali di certificazione, da redigere al termine della scuola primaria, al termine della scuola secondaria di primo grado e al termine del biennio della scuola secondaria di secondo grado, nella prospettiva, prorogata al prossimo anno scolastico, di giungere a una versione definitiva, validata e condivisa del documento.
 
 
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