Sommari dei fascicoli

Anteprima Fascicolo n.1 (sett/2014)

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Progettare la lezione, di Simona Ferrari
Tra i tanti oggetti su cui concentrare l’attenzione progettuale del docente si è scelto il tema della lezione a cui dedicare i contributi di questa annata. La lezione è da sempre stata il cuore (Lombardo Radice 1954; Agosti 1967) del processo di insegnamento per generare apprendimento. Convinti che la lezione sia fondamentale per il buon apprendimento, le evidenze mettono in luce come ne sia riduttivo l’utilizzo fatto dai docenti e come, oggi, risulti difficile impattare sugli studenti attraverso questo metodo. Progettare la lezione è una competenza necessaria del docente; è opera di trasposizione e “rappresenta un esercizio collettivo la cui efficacia dipende dalla sintonia che riesce a crearsi tra l’insegnante da un lato e gli intenti e le espressioni dei membri della classe dall’altro” (Bruner 2013).
 
Lesson planning, di Simona Ferrari
Progettare la lezione è una competenza necessaria, richiede la conoscenza del metodo, delle diverse tipologie ed effetti, delle possibilità che si aprono. Occorre partire dall’introdurre le diverse tipologie di lezione per analizzarle, da un lato, con l’obiettivo di recuperare i contributi dell’attivismo pedagogico (Dewey) e di alcuni maestri della lezione (Freinet, Don Milani) e, dall’altro, cercando di comprendere meglio quali tra queste tipologie si pongano come maggiormente adatte a intercettare gli stili dei “nativi digitali”. In particolare proveremo a comprendere due parole chiave dell’attuale scenario didattico: il microlearning e la flipped lesson. Tale lavoro consentirà di giungere al lesson planning, uno strumento utile per progettare spazio, tempi e contenuti della lezione del docente di oggi.
 
Comunicare l’azione didattica, di Alessandra Carenzio
Cosa significa comunicare? Il termine evoca significati che toccano versanti diversi: il versante strumentale, perché comunico sempre con un mediatore e con uno strumento, pensiamo alla voce come primo mezzo di comunicazione (Ong, McLuhan), ai media come strumenti di rappresentazione, condivisione, discussione. Il versante del contenuto dell’atto comunicativo, e gli esempi sono illimitati (un voto, il comportamento di un alunno, la fotosintesi, la preistoria, un evento). Il versante della relazione, che è il cuore della comunicazione (mettere in comunicazione significa connettere, avvicinare, incontrare l’altro). La comunicazione, dunque, è una sorta di cornice, ma anche di strumento per l’agire didattico dell’insegnante. La sezione “Comunicare” vuole esplorare queste dimensioni, entrando nei luoghi della comunicazione: classe, scuola, famiglia, Rete.

Comunicare con i: media, di Alessandra Carenzio
I media fanno parte della nostra esperienza individuale e negli ultimi anni hanno iniziato, su base motivazionale diversa, a popolare con maggiore visibilità le nostre aule. Diversi fattori hanno favorito il cambiamento di presenza: i costi della tecnologia sono diminuiti, la spinta sociale è diventata più alta, è aumentata la desiderabilità dei media, i discorsi di accompagnamento si sono moltiplicati, gli insegnanti sperimentatori hanno fatto da apripista e molti dispositivi politico-economici di supporto (bandi e piani di digitalizzazione) sono stati attivati. Non basta però avere le tecnologie e i media in classe per comunicare con i media e i media, serve una progettualità (a lungo termine), un obiettivo, una metodologia, un ambiente favorevole, una struttura capace di accoglierli. In questo contributo proviamo a ragionare sulla cassetta degli attrezzi dell’insegnante più congeniale.

Valutare per la competenza, di Lorella Giannandrea
Assessment drives learning (la valutazione guida l’apprendimento) dice l’adagio inglese. La frase può essere interpretata in due modi: in primo luogo il significato letterale ci mette in guardia dal rischio sempre presente di lavorare in funzione della valutazione. Se si considera importante solo il risultato, allora l’azione didattica deve essere incentrata sul superamento della prova finale, si deve addestrare lo studente a ottenere buoni risultati nei test e nelle prove di valutazione. Ma una seconda interpretazione è possibile. Si può pensare la valutazione come strumento per il miglioramento e per l’apprendimento. In questo senso la valutazione conduce, “guida verso” l’apprendimento, e diventa un dispositivo di formazione nelle mani del docente, che può avvalersene per supportare i percorsi didattici che realizza in classe.
 
Oltre il voto…, di Lorella Giannandrea
Le pratiche di valutazione utilizzate in classe spesso non aiutano gli allievi a migliorare il loro apprendimento. La ricerca ha mostrato che esistono problemi specifici che possono essere riconosciuti e affrontati per migliorare l’efficacia della valutazione scolastica e per promuovere l’apprendimento.

Viaggiare tra le classi, di Davide Parmigiani
Uno dei fattori per lo sviluppo professionale degli insegnanti è rappresentato dal confronto e dallo scambio di idee ed esperienze. Queste dinamiche possono instaurarsi all’interno dello stesso istituto, addirittura nello stesso plesso. Analogamente, è sufficiente un progetto con altre scuole della provincia o della regione per innescare dibattiti e riflessioni su come “fare scuola”. I progetti europei sono il terreno dove le possibilità di incontro fra strategie di insegnamento, organizzazione della classe, gestione delle relazioni aumentano in maniera considerevole. Le differenze culturali, storiche e organizzative fra i sistemi educativi si tramutano in possibilità, per mettere in discussione la propria idea di scuola e modificarla. La sezione “Professione insegnante” presenterà, nel corso dell’annata, esperienze europee di insegnanti italiani.

Fare ricerca in classe, di Davide Parmigiani
Quali sono le possibilità per un insegnante per condurre ricerche nella propria scuola o nella propria classe? È plausibile che un gruppo di insegnanti abbia il tempo e riesca a impostare modalità significative di ricerca didattica? In definitiva: serve fare ricerca in classe da parte degli insegnanti? In questo articolo cercheremo di evidenziare le motivazioni per fare ricerca e le opzioni che, ragionevolmente, consentono a un gruppo di insegnanti di condurre ricerche in classe metodologicamente e praticamente sostenibili. La ragione di fondo risiede nella spinta che la ricerca può sostenere per lo sviluppo professionale degli insegnanti. La sezione “Professione insegnante” presenterà, nel corso dell’annata, esperienze che vanno in questo senso.

Perché, come, dove innovare, di Elena Mosa
Cosa significa fare innovazione? Quale contributo possono apportare le (ormai non più) “nuove tecnologie”? Quando e, soprattutto, perché cambiare il proprio modo di fare lezione? Nel corso della programmazione annuale si cercherà di fornire un riscontro a queste e altre domande offrendo spunti, idee e casi che aiutino l’insegnante a trovare le proprie risposte. La forma che meglio risponde a questo fine è quella dello studio di caso, uno strumento che ben si presta a fornire un repertorio di possibilità, prendendo, al tempo stesso e con forza, le distanze da un pericoloso e inutile “ricettario dell’innovazione”. La sezione presenterà casi di studio di area nazionale e internazionale che verteranno su tre concetti chiave: professionista riflessivo, didattica 2.0 e ambienti di apprendimento.

Scuole “Senza Zaino”, di Elena Mosa
Scegliere di ragionare in un’ottica di didattica attiva (di cui l’EAS è una possibile declinazione) significa ripensare i tempi, gli strumenti, i metodi e l’organizzazione degli spazi tradizionalmente basati sul paradigma dell’aula-uditorio dove è dominante la funzione di controllo degli alunni e i flussi di comunicazione sono mono-direzionali. Questo approfondimento è dedicato all’ambiente di apprendimento inteso come snodo cruciale per innescare processi di cambiamento.

Organizzare per…, di Laura Fiorini
Organizzare è l’azione chiave per un istituto che risponda con efficienza ed efficacia alle esigenze formative e didattiche dell’utenza. L’organizzazione efficace ed efficiente è necessaria per garantire il successo formativo degli alunni e lo sviluppo professionale degli insegnanti. Le nuove tecnologie possono essere un valido supporto alla direzione per raccogliere, analizzare e leggere i dati, per organizzare al meglio l’attività didattica in termini anche di monitoraggio e valutazione e la gestione degli spazi.

Istruzione domiciliare, di Laura Fiorini
Ci si augura di non dover attivare un progetto di istruzione domiciliare, ma purtroppo accade che un alunno della scuola sia colpito da una grave patologia che lo obbliga a una lunga assenza. La normativa prevede l’attivazione del progetto che deve essere autorizzato dall’USR e dalla scuola polo. La scuola deve essere pronta a questa evenienza facendo approvare dagli organi competenti la parte didattica (Collegio dei docenti e Consiglio di Classe) e finanziaria (Consiglio di Istituto). Il dirigente deve prevedere quindi l’eventualità di attivare un progetto di istruzione domiciliare non solo dal punto di vista amministrativo ma anche didattico. L’istruzione domiciliare, laddove necessaria, si rivelerà un’opportunità per l’alunno malato e la scuola di appartenenza.


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